giovedì 2 febbraio 2017

Femminicidio, ci stiamo assuefacendo

di Simonetta Ottone • dal 1997 all'inizio del 2017, in Italia, 1250 donne uccise, quasi sempre per mano di uomini di famiglia (30%). 


Mariti, fidanzati o ex preferiscono uccidere, nei modi più efferati, le loro donne, pur di non essere lasciati. Si preferisce sfregiare, perseguitare, violare i propri figli stessi, pur di non essere lasciati. 
Anche il 2017 è già iniziato con il consueto e inaccettabile bollettino nero; che sembra colpire ancora di più le donne che nel paese sono più occupate e con opportunità socio - economiche migliori: il 53% dei femminicidi nel 2016 è avvenuto al Nord. Sono forse le donne che credono di “poter dire no”, ma che si ritrovano isolate, recluse in una cappa di silenzio e omertà intorno a sé, abbandonate e giudicate, da una società che, di fatto, non riesce a emarginare gli aguzzini e a sostenere le vittime in modo efficace.

Abbiamo perso? Viene da chiederselo, perché la spirale di violenza contro le donne è ogni giorno più strutturata, schizofrenica, patologica, giovane: è cresciuto il cyber bullismo, di cui sono vittime soprattutto le adolescenti; è germogliato il revenge porn, la diffusione, nei social network o nelle reti di amici in messaggerie, foto intime, video pornografici postati o inviati per motivi di ricatto, vendetta, denigrazione.
Odio libero e gratutito.
Le vittime sono quasi esclusivamente ragazze, che vengono poi giudicate pubblicamente, emarginate. Alcune si uccidono, poiché la vergogna è uno dei sentimenti più difficili da gestire, soprattutto per un adolescente. Il gruppo di pari decide in qualche modo l’eliminazione, l’esecuzione, di una loro componente. Tutti contro una.

A fronte di tutto questo i dati che emergono dalle rilevazioni SWG raccontano un calo dell’allarme sociale generato dai femminicidi.
Nel 2013 il fenomeno era avvertito come un’emergenza dal 77% degli italiani, a fine del 2015 all’82%. Oggi, siamo scesi al 72%.
Il raffeddamento coinvolge, in particolare, gli uomini (percezione dell’emergenza scesa dal 75% al 65%), i giovani (livello d’allarme fermo al 59%) e i residenti del Nord (che ha più alta incidenza di femminicidi).
Resiste tuttavia la ingiustificabilità della violenza sulle donne (85%), anche se i giovani tra i18 e i  24 anni sono maggiormente giustificazionisti e una quota minoritaria di uomini (7%), rintraccia nella paura di essere lasciato un motivo accettabile di discolpa.
La riflessione sulle cause di femminicidi è composita: per il 61% dell’universo maschile è il degrado sociale e personale, per l’universo femminile questa causa incide meno (44%), mentre appare più impattante la difficoltà degli uomini ad accettare la crescente emancipazione femminile (41% per le donne, 34% per gli uomini).
Ci stiamo abituando. Perché non si è voluto investire su una lotta culturale alla violenza e alla stereo -tipizzazione del ruolo delle donne, e anche degli uomini.
Perché i media continuano a indurre l’oggettizzazione e la mercificazione del corpo femminile, ma anche della dignità intellettiva femminile, proponendo nelle fiction, serie TV, trasmissioni d’intrattenimento, reality, spots, personaggi e storie al femminle raramente evoluti: l’intelligenza dei personaggi femminile non è richiesta, nemmeno la loro forza (a meno che non sia da santificarsi al servizio degli altri) e soprattutto la loro autonomia.
Ci stiamo abituando perché non abbiamo un ministero per le Pari Opportunità e la Ministra con la delega alle PO (fino al 4 Dicembre), non ha mai parlato alle donne, neanche quando era tenuta a farlo o esortata a farlo, dalla cronaca stessa.
E ora, quella per le Pari Opportunità, continua a essere una funzione fantasma, che non tiene il polso di una situazione nazionale così devastante, per le donne certo, ma anche per gli altri. Secondo un sondaggio di pochi giorni fa, alla domanda "per affrontare il problema della violenza contro le donne, secondo Lei, quali provvedimenti andrebbero presi in via prioritaria?" sono state date queste risposte:
-    Stabilire pene più severe per i violenti e insegnare ai giovani il rispetto reciproco (55%);
-    rafforzare le leggi già esistenti (29%);
-    creare centri antiviolenza, telefono rosa, case protette (21%);
-    aumentare il controllo e la protezione da parte della polizia (20%);
-    creare un numero verde per le donne che cercano aiuto e consigli (19%). 
Tutti lo sappiamo. Il femminicidio non si sconfigge solo inasprendo le pene (e applicandole!), ma si colpisce agendo su tutti i livelli della relazione donna – uomo; mettendo al centro della politica, della valorizzazione sociale e professionale, delle forme di educazione e istruzione, i diritti delle donne. Diritti che sono, per dirla con le parole dell’ex segretario generale ONU, Kofi Annan: una responsabilità di tutto il genere umano. Lottare contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne è un obbligo dell’umanità.

venerdì 27 gennaio 2017

Rise in solidarity! torna One billion rising

di Simonetta Ottone • Women's rights are human rights!


Come un grande organismo collettivo le donne si stanno  mobilitando in tutto il mondo. Dopo la recente  Women's March on Washington, in cui migliaia di donne hanno sfilato non solo per le strade di Washington, ma anche in oltre 100 città degli Stati Uniti e in altri paesi del mondo; dopo le mobilitazioni in Irlanda e di Varsavia, quella in Argentina e America Latina e quella di Roma durante l’autunno, la marcia delle donne continua inarrestabile. Fra pochissimo il flash mob mondiale contro la violenza di One Billion Rising; e intanto si prepara anche il grande sciopero delle donne, nella giornata dell’8 Marzo.


Nel mese di Febbraio, per la precisione il 14 (e non a caso nel giorno di San Valentino), nuovamente un miliardo di donne e uomini sono chiamati a danzare nelle strade di tutto il mondo per One Billion Rising 2017, la campagna del Movimento Internazionale V- Day. Ancora una volta un miliardo di voci si alzeranno per dire basta alla violenza su donne e bambine. La richiesta più stringente quest’anno sarà quella di manifestare la solidarietà che parte dalla fondamentale difesa dei diritti delle donne per abbracciare la tutela della dignità di ogni individuo perché "non può esserci pace senza giustizia ed uguaglianza".


Anche in Italia si stanno preparando migliaia di iniziative sparse su tutto il territorio nazionale. La Toscana vedrà la partecipazione di molte città e cittadine, in particolare sulla costa tirrenica e nell’immediato entroterra.
Tra i luoghi che faranno da teatro alle iniziative, Cascina, Pontedera, Livorno, ove è previsto un Cerchio di Donne e Uomini nell’atto del prendersi cura: un modo semplice per stimolare una cultura del confronto e dell’ascolto tra i generi.

mercoledì 4 gennaio 2017

Per un Nuovo Maschile; parte seconda

di Simonetta Ottone • Riprendiamo il discorso, già iniziato con questo post, con Desiree e Riccardo.

Il nuovo anno sarà pieno di appuntamenti importanti per gli uomini, dopo questo 2016 pieno di passi importanti:

Sono molti gli uomini che decidono di intraprendere un percorso?
(Desiree) Dobbiamo pensare che è molto difficile , per un uomo che agisce violenza, rivolgersi alla nostra associazione, per vari motivi.
Innanzitutto è necessario che l’uomo riconosca che ciò che sta agendo è una violenza. La nostra società, sessista a patriarcale, in questo non aiuta, anzi ostacola il riconoscimento. I media, la politica sono permeati di sessismo, e tutto ciò normalizza la violenza.
Viviamo in una società  che giustifica la violenza colpevolizzando chi la subisce e giustificando chi la attua, (la prima domanda che solitamente viene fatta a una donna che racconta una violenza è “cosa hai fatto tu prima?”), che istiga allo stupro, promuove e perpetua una visione stereotipata dell’essere uomo (forte, aggressivo, che ha potere, impulsivo) e dell’essere donna (remissiva, moglie devota, madre abnegante, “ritrosa” o “ seduttiva” a seconda dei contesti e delle persone). Una società che guarda la violenza messa in atto da altre culture e non quella perpetrata quotidianamente dentro le case degli e delle italiane. Visto tutto questo, se è difficile per una donna che subisce violenza rivolgersi ad un Cav ( centro antiviolenza), ancora di più lo è per un uomo, che oltre a fare lo “sforzo di consapevolezza” ancora osteggiato dalla nostra società, rivolgendosi a noi e chiedendoci di aiutarlo a cambiare sa che dovrà rinunciare a delle cose. Dovrà rinunciare al potere e al controllo che esercita sulla compagna. Al fatto di poter “sfogare” su di lei le proprie frustrazioni. In realtà, se ce la farà a portare a termine il percorso, avrà anche guadagnato tanto, in termini di benessere emotivo, soddisfazione nelle relazioni di coppia e con i figli. Ma occorrerà un grande sforzo, una grande messa in discussione di sé.
Gli uomini che si rivolgono a noi sono cresciuti con il tempo. Mentre inizialmente ci chiamavano soprattutto le donne per avere informazioni sul servizio, adesso ci contattano molti più uomini. Siamo passati da 7 uomini nel 2015 a  11 nell’anno in corso. Di questi, la maggior parte hanno deciso di intraprendere un percorso di cambiamento. Alcuni fanno un percorso individuale, altri di gruppo.

Come promuovere una cultura di genere più evoluta, quali gli strumenti e gli approcci che servono?
(Riccardo) Sarebbe sufficiente seguire la Convenzione di Istanbul, visto che l’abbiamo anche ratificata. Quindi:
-        campagne di sensibilizzazione sulla violenza di genere  in collaborazione con le Ong competenti (per non incorrere, ad esempio, in progetti del tipo “Questo non è amore”),

-       Trasmissione nei contesti didattici,ma anche nei centri sportivi e culturali, di temi quali la parità di genere, i ruoli di genere non stereotipati, il rispetto, la risoluzione non violenta dei conflitti. Questo, nelle scuole, attraverso l’uso di materiali didattici adeguati, in cui vengano raccontate e valorizzate le figure di donna che hanno fatto storia (scienziate, scrittrici, artiste) ,ma anche attraverso giochi e libri per l’infanzia liberi da stereotipi. A questo proposito sono fondamentali i progetti nelle scuole di vario ordine e grado, progetti sull’educazione all’affettività e alle differenze. Questi li portiamo avanti sia come singola associazione, sia con la Rete Educare alle Differenze Pisa, di cui facciamo parte

-        Formazione adeguata alle figure professionali che entrano in contatto con vittime di violenza e autori di violenza (dalle figure sanitarie, alle Forze dell’Ordine)

-       Responsabilità da parte dei mass media , nel trasmettere un’immagine rispettosa della donna, non quella stereotipata o degradata, che la vede ridotta a “pezzo di carne”, oggetto sessuale atto ad eccitare per vendere merce…venendo trattata essa stessa da merce, che si può toccare, comprare, abusare. In questo senso sarebbe necessario che lo Iap (Istituto di Autodisciplina pubblicitaria)  svolgesse veramente la funzione di vigilanza per cui è nato

-       Fra le tante cose che non richiederebbero  un investimento economico, ma darebbe risultati enormi, ci sarebbe un’adeguata attenzione al linguaggio, ad usare il femminile quando si parla di donne. Per il semplice fatto che in questo modo se ne attesta l’esistenza.

Come viene supportata l’attività da parte delle istituzioni pubbliche e private?
(Desire) La nostra associazione vive quasi esclusivamente di volontariato e di autofinanziamento.
Abbiamo un sostegno di tipo “morale”da parte delle Istituzioni, nel senso che patrocinano alcune nostre iniziative e mostrano di stimarci, ad esempio facendo il nostro nome o mettendoci in contatto con Comuni e scuole che sono interessati ai temi da noi trattati. Abbiamo anche sottoscritto dei Protocolli di Intesa, ma non riceviamo alcun tipo di compenso, nemmeno sottoforma di convenzione. Anche la sede (anteprima: da febbraio ne avremo un’altra) è totalmente a nostro carico. Per le nostre competenze abbiamo partecipato, con alcune associazioni attive sul territorio, ad un progetto per contrastare le discriminazioni legate   all’identità di genere ed orientamento sessuale (Progetto Ready), questo è al momento l’unico tipo di supporto concreto avuto. Progettiamo e partecipiamo inoltre a progetti di prevenzione e sensibilizzazione sui temi della violenza di genere nelle scuole. Mentre per interventi brevi non chiediamo alcun compenso, per progetti più strutturati riusciamo ad avere una retribuzione. In questo, oltre alla sensibilità di alcune scuole negli anni passati, aiuta il Decreto Buona Scuola.
Collaboriamo poi con vari Centri antiviolenza, Commissioni Pari Opportunità di vari Comuni, anche fuori dalla provincia di Pisa, e con Case Circondariali.
Abbiamo molti progetti, riceviamo attestazioni di stima, ma nessun fondo. Sarebbe invece necessario un finanziamento per la conduzione del gruppo di uomini che agiscono violenza, ad esempio, così come ne accorrerebbe per condurre gruppi con i detenuti nelle carceri.
Al Terzo settore (non solo ad associazioni come la nostra) è infatti richiesto di sopperire alle mancanze del pubblico, senza riconoscimenti né sostegni, se non di tipo simbolico.

Dal Vostro osservatorio sul campo, come viene gestito il tema della violenza dalla politica e dagli enti preposti? C’è sufficiente prevenzione, e come si contrasta un fenomeno crescente come questo?
(Desiree) Questa domanda apre scenari di cui dovremmo parlare a lungo, perciò mi limiterò ad alcune veloci considerazioni.
Sinceramente la politica mi sembra la meno adatta a gestire il problema della violenza: dal Decreto legge sul femminicidio del 2013 (come se la violenza di genere fosse un’emergenza e non un problema strutturale) , al blocco dei miseri e insufficienti fondi per i Centri antiviolenza (come se questi fossero inutili e i cav  dovessero continuare ad occuparsi  delle centinaia di migliaia di donne gratuitamente ma naturalmente con professionalità e per tutto il tempo necessario) al progetto “Questo non è amore” con i Camper della polizia di Stato (come se il problema della violenza fosse che le donne non sanno dove possono sporgere denuncia) al Fertility day (come se  le donne fossero incubatrici per la Patria) .. per non parlare dello scandalo dell’obiezione di coscienza, che il Ministero della Sanità continua a dire non essere un problema , che costringe le donne a peregrinazioni infinite, umiliazioni, aborti clandestini.
Sempre a livello politico è poi agghiacciante la schizofrenia fra i vari Ministeri, per la questione PAS (una sindrome inesistente inventata da uno psichiatra difensore di pedofili, sindrome usata per oltre vent’anni in varie parti del mondo e che ha portato, oltre al perpetuarsi della violenza su donne e figli/ie abusati/e,anche a tantissimi suicidi da parte di figli/ie abusati e costretti a frequentare padri abusanti e pedofili a causa di decisioni dei tribunali)…da una parte il Ministero della Sanità, concorde l’Ordine psicologi nazionale, ha dichiarato l’inesistenza della sindrome, allo stesso tempo il Ministero della Difesa ha ospitato Michelle Hunziker e l’avvocata Bongiorno, che tramite Doppia Difesa raccolgono fondi spacciandosi per difensore delle donne, in realtà continuando a parlare di Alienazione parentale, ovvero sempre della Pas (ma togliendo la S). Tutto ciò è gravissimo!
Anche ciò che è accaduto durante la discussione del decreto Buona Scuola è significativo: invece di dire che l’ideologia gender non esiste, è stato dichiarato che la Buona Scuola non promuove alcuna “ideologia gender”.
Abbiamo poi la questione dei Centri antiviolenza, di cui abbiamo assistito questa estate allo smantellamento, fra sgomberi per mancanza di sedi, chiusura di servizi per mancanza di stanziamento fondi…anche a Pisa, per oltre un anno la casa della Donna (attiva dagli anni ’90) ha visto in pericolo la propria sede..dopo un enorme lavoro le è stata garantita..per un altro anno. Per non parlare della questione economica.
E poi personale giudiziario, ancora troppi Giudici, avvocati/e, esponenti delle Forze dell’Ordine che non hanno adeguata preparazione su questi temi, formazione che , in ottemperanza alla Convenzione di Istanbul, dovrebbe essere obbligatoria.
Sinceramente mi sembra che a livello centrale, nonostante la ratifica della Convenzione di Istanbul, manchi una reale consapevolezza del fatto che la violenza di genere è fenomeno strutturale (non emergenziale), una violazione dei diritti umani, che riguarda in modo diverso tutte le donne (non esiste solo la violenza fisica, quella dei manifesti delle campagne), che causa fra le altre cose enormi problemi di ordine economico (discriminazioni sul lavoro)  e di salute. Un fenomeno che va affrontato con adeguati stanziamenti economici in modo da garantire il lavoro continuativo dei cav, e anche un sostegno ai nascenti centri per uomini maltrattanti, visto che è necessario lavorare perché chi mette in atto la violenza, smetta di attuarla.
Credo che, riguardo alla violenza come a tanti altri problemi, l’approccio sia tipo “emergenziale”, mentre dovrebbe esserci un maggiore investimento, e continuativo, sulla prevenzione. Nel nostro territorio troppi pochi sono i fondi stanziati , sia per la presa in carico delle donne vittime di violenza, sia per le campagne di sensibilizzazione e progetti di prevenzione nelle scuole. Purtroppo c’è una dispersione delle risorse in interventi non adeguati o portati avanti da singoli/associazioni/enti che si improvvisano su questi temi, complice anche la crisi economica.
Inoltre occorrerebbero maggiori risorse per la formazione, sia delle classi insegnanti, sia del personale sanitario e dei servizi Sociali, oltre a supervisioni periodiche.
Non servono solo le leggi, ma occorrono fondi costanti e adeguati, sostegno e collaborazione con le Ong e le associazioni competenti.

Quale relazione di genere è auspicabile, oggi?
(Riccardo)Una relazione di genere libera dagli stereotipi, perché questi ingabbiano uomini e donne. Una relazione libera da prevaricazioni, controllo e potere; in cui gli uomini siano liberi di entrare in contatto con se stessi, le proprie emozioni e il proprio modo di essere.
Una relazione che riconosca le donne come persone libere di autodeterminarsi, decidere di sè, del proprio corpo e delle proprie relazioni.

domenica 18 dicembre 2016

Nuovo Maschile. Uomini liberi dalla Violenza

di Simonetta Ottone • Da tempo volevo affrontare la questione della Violenza di genere proprio con gli uomini, i diretti interessati, se non la parte centrale ma anche paradossalmente la più assente dal dibattito. Vado a Pisa, dove incontro Desiree Olianas e Riccardo Guercio, Responsabili di “Nuovo Maschile. Uomini Liberi dalla Violenza”.  



Nel piccolo e accogliente ufficio dell’associazione trovo due ragazzi giovani e preparati, che sorridenti sono in attesa delle mie domande. 

Come nasce la Vostra realtà?
(Riccardo) Nuovo Maschile è un’associazione di promozione sociale  nata nel 2012 a Pisa. Siamo nati in piccolo ma con tanta passione e spinti da ciò che il nostro percorso di vita e lavorativo ci ha messo di fronte.
Alla base, la consapevolezza di essere immersi/e in una società violenta, ma anche che ogni persona  può diventarne consapevole, impegnarsi a cambiare e cambiare la società. Le nostre vite e quelle delle persone a noi vicine sono state attraversate, in modi e tempi diversi, dalla violenza maschile. Alcuni/e di noi fin dall’Università, altri/e successivamente, hanno deciso di approfondire la propria formazione in merito al tema degli abusi e  maltrattamenti su donne e minori. Questo si è inserito all’interno di percorsi di consapevolezza, che ci hanno permesso di elaborare le nostre storie e il nostro desiderio di fare un lavoro di aiuto.

All’inizio eravamo in tre; io (Riccardo) che nel mio lavoro in comunità terapeutica con persone (soprattutto uomini) alcoliste, tossicodipendenti e con problemi psicologici, riscontravo molte similitudini nelle loro storie. Storie di infanzie maltrattate, abusate. Persone che avevano cercato di affrontare le proprie difficoltà con mezzi che si erano ritorti loro contro (l’uso di sostanze) e che spesso mettevano in atto delle violenze… con le compagne, con gli altri uomini. Per non parlare delle violenze subìte o messe in atto in carcere, mentre scontavano le varie pene. Nel mio lavoro mi trovavo spesso di fronte a violenze, agìte nel presente, minacciate, ma vedevo anche gli effetti di quelle subìte nel passato . E mi chiedevo cosa potevo fare. Io (Desiree) provengo da una famiglia in cui la violenza maschile su donne e bambine ha seminato sofferenze e rovinato vite. Ho scelto psicologia con l’idea di capire quale era il modo “giusto” di aiutare chi soffriva, perché avevo sperimentato che anche quando sei così fortunata da trovare una persona desiderosa di aiutarti, non è detto che questa ci riesca, anzi è possibile che peggiori una situazione già difficile. Ho cominciato a formarmi sulla violenza di genere, integrando la formazione universitaria (assolutamente inadeguata allo scopo) con quella fornita dal Centro Antiviolenza di Pisa. Ho cominciato ad occuparmi di donne che avevano subìto o subivano violenza. Ho iniziato ad avere, come psicoterapeuta, anche pazienti maschi. La violenza era presente nelle loro storie, ma anche nelle relazioni che vivevano.
Nel confronto con un’amica che ha aiutato, informalmente, tante donne vittime di violenza, è nata l’idea di occuparsi degli uomini, di vari uomini con storie e necessità diverse.


Uomini che agiscono violenza nelle relazioni ma vogliono cambiare per diventare uomini, padri, mariti migliori, anche se non sanno se e come farlo. Uomini che hanno subìto abusi nell’infanzia o nell’adolescenza. Uomini desiderosi di confrontarsi fra loro, su cosa significhi esser maschi nella nostra società, interrogarsi sul modo di vivere le relazioni con le donne, con gli altri uomini, con i figli e le figlie. Uomini cui viene fornito un luogo in cui esprimersi nelle proprie peculiarità e differenze, senza la necessità di adeguarsi ad una visione stereotipata dell’uomo, anzi lottando per conoscere ed esprimersi a pieno ed in modo autentico. Tutto questo ci è sembrato bellissimo. Ambizioso, ma entusiasmante.

Quali sono i vostri obiettivi principali?
 (Desiree e Riccardo) Ci sono dei punti, per noi cruciali. Eccone una sintesi:
-       Contribuire al diffondersi di una cultura che adotti il confronto, la comunicazione, il rispetto delle differenze, il contrasto alla violenza e alla prevaricazione, la risoluzione non violenta dei conflitti.
-       Promuovere la comunicazione fra uomini e donne con l’obiettivo di favorire un cambiamento del maschile, passando da una cultura della prevaricazione ad una improntata al riconoscimento e alla valorizzazione delle differenze, dei pari diritti e opportunità.
-       Favorire la divulgazione della cultura di genere e l’analisi e la comprensione degli stereotipi che ostacolano l’accettazione delle diversità e la richiesta di un aiuto da parte di uomini con sofferenze emotive e relazionali.
-       Offrire agli uomini un luogo in cui coloro che agiscono violenza fisica, psicologica, economica o sessuale sulle proprie compagne, compagni, mogli (o ex), possano esprimere e condividere le difficoltà relazionali che si manifestano con il loro comportamento violento, assumersene la responsabilità e cambiarlo mettendo fine alla violenza.
-       Sensibilizzare l’opinione pubblica al tema della violenza quale fenomeno diffuso cui uomini e donne possono essere stati esposti nell’infanzia.  E di conseguenza sostenere gli uomini che hanno subito violenze a superare le ferite emotive che questo ha lasciato in loro, attraverso percorsi di psicoterapia.
-       Fornire un luogo in cui intraprendere un percorso che conduca l’uomo ad un nuovo maschile che, pur mantenendo la propria forte connotazione di genere, si possa tuttavia riappropriare di parti che gli sono state espropriate quali la sensibilità e la capacità di rapportarsi all’altro/a da sé in maniera paritetica senza sentirsi depauperato.

Come si svolge l’attività e con quali interazioni nel territorio?
(Riccardo) La nostra associazione svolge sia attività di prevenzione che di trattamento.
La prevenzione, che riteniamo la parte fondante e imprescindibile del nostro lavoro, si concretizza attraverso
- progetti di sensibilizzazione nelle scuole: nelle scuole medie e superiori, anche in collaborazione con associazioni impegnate da anni sul tema della violenza (Casa della Donna di Pisa) o dell’educazione all’affettività e sessualità (Aied) o al tema dell’orientamento e genere sessuale (Arcilesbica e Pinkriot arcigay Pisa)
-  corsi di formazione a professionisti/e impegnate nel benessere delle persone: medici/che delle varie branche, psicologhe/gi, psicoterapeute/i, psichiatre/i, counselor, assistenti sociali. Figure che, anche se non decidono di occuparsi di violenza, vi si imbattono necessariamente, spesso senza avere gli strumenti per riconoscerla e gestirla, vista la complessità del fenomeno. 
incontri con la cittadinanza, seminari, dibattiti, tavole rotonde
Alla prevenzione si unisce l’intervento, ovvero la possibilità di intraprendere percorsi di consapevolezza e cambiamento per tutti quegli uomini che ci contattano perché la violenza in qualche modo c’è già stata. Violenza subìta nell’infanzia, e  per le quali c’è ancora sofferenza emotiva, o violenza messa in atto in età adulta.
Dopo un primo contatto telefonico (370-3230356) , l’uomo effettua alcuni colloqui gratuiti con lo psicologo. A seconda di quanto emerge può essergli proposto un percorso individuale o di gruppo.
Collaboriamo con il Centro Antiviolenza di Pisa e l’associazione Le Amiche di Mafalda, di Pomarance, sia per quanto riguarda l’invio di uomini con problemi di violenza, sia riguardo alla progettazione ed attuazione di interventi congiunti di sensibilizzazione. Abbiamo inoltre molti invii del servizio Sociale di Pisa e anche dall’Ufficio Esecuzione penale esterna di Pisa. Effettuiamo incontri con i detenuti delle Case Circondariali di Pisa e Volterra sui temi delle relazioni e della violenza. Commissioni pari opportunità e scuole ci contattano per organizzare incontri di sensibilizzazione.


Sono ancora molte le cose che Desiree e Riccardo vogliono dirci. Bene, rimaniamo vigili.

lunedì 28 novembre 2016

Antropologia di Donne. Intervista a Gianna Deidda

di Simonetta Ottone • Una sera invernale decido di uscire di casa per andare a vedere un’artista, Gianna Deidda, che conosco da anni, un’attrice, semplice, preparata e colta, che racconta una storia. 




La narrazione ha al centro due donne, un’antropologa e una donna semianalfabeta sarda che in poche parole riesce a rovesciare interi paradigmi. 

In camerino, in questo teatro antico nella provincia di Pisa coraggiosamente restaurato dal locale Comune e gestito dal lavoro di servizio alla collettività da parte di due associazioni culturali, parlo con Gianna.

Gianna, come ti sei avvicinata al teatro e alla sua scrittura?
Sono nata e cresciuta in Sardegna, e dal 1980 vivo e lavoro a Firenze. Il mio lavoro nel teatro è cominciato nel 1982 con il teatro di figure, dove burattini, marionette, ombre, oggetti sono in primo piano e l’essere umano (il manovratore, il burattinaio) è un tramite e non il protagonista.
Nel corso degli anni ho lavorato, sempre attraverso il teatro, in ambito pedagogico e ho poi collaborato a diversi progetti con artisti visivi e musicisti, fino all’ultima esperienza, che dura ormai da quasi dieci anni, di clown ospedaliero, dove le tecniche artistiche sono per statuto al servizio della persona. Un percorso apparentemente eclettico, che ha come costante, se una costante c’è, il procedere, rispetto alle varie discipline, non in pieno campo ma sempre un po’ sul confine fra l’una e l’altra. Il confine è la posizione dell’antropologo, e forse per questo a un certo punto mi sono trovata a mettere in scena un testo di antropologia. Dal 2006 mi occupo della messa in scena di “storie di vita”, testi all’origine non teatrali, tratti da diari, epistolari, autobiografie, memoriali, interviste.

 Parlami di questo lavoro che hai presentato
Il lavoro è tratto dal testo “Intervista a Maria” di Clara Gallini, l’antropologa che alla fine degli anni ’50 fu chiamata all’Università di Cagliari come assistente di Ernesto de Martino e alla quale si devono le ricerche, fondamentali per l’antropologia della Sardegna, sui rituali dell’argia, sul dono, sui novenari.
Il testo, pubblicato da Sellerio (1981) e poi da Ilisso (2003), riporta un’intervista commissionata all’antropologa dalla terza rete Rai per la trasmissione radiofonica “Noi, voi, loro donna”. Nella trasmissione la voce dell’intervistata (Maria P., di Tonara, un paese dell’interno della Sardegna) aveva la funzione di voce guida in una serie di puntate il cui argomento era la trasformazione del ruolo della donna rispetto alle trasformazioni della società in quegli anni. Eravamo nell’ottobre del ’79 e dunque alla fine di un ciclo di cambiamenti cruciali per la società italiana, e per le donne.

 In cosa è innovativo per l'antropologa l'incontro con questa donna?
Rispondo con le parole di Clara Gallini: "Che cosa aveva significato per me, a suo tempo, l’osservazione partecipante? Avevo abitato nei paesi, mangiato con le persone, simpatizzato con loro, giocato con loro. Però avevo anche ad ogni momento compiuto quella tipica operazione – classica ormai in tutte le teorizzazioni antropologiche -  del ritorno alla mia cultura. Ero continuamente una giudicante, giudicante in base ai suoi parametri . […] … in ultima analisi, chi aveva diritto e dovere di giudicare di quel linguaggio ero soltanto io, mentre non mi sfiorava neppure il sospetto che anche gli altri potessero avere qualcosa da dire sul mio conto. Non mi accorgevo così di rifiutare un’esperienza preziosissima: quella di essere veduti e giudicati noi stessi, in una dinamica di confronto. […] Rispetto alle mie esperienze passate ora, nell’ Intervista a Maria, la mia voce non soffocava più quella del cosiddetto “informatore” […] Il ruolo di Maria era quello di un’intellettuale che parla in pubblico. E rispetto ai contenuti del suo discorso mi potevo lecitamente misurare".
Maria P. aveva allora all’incirca 70 anni (Clara Gallini  48), aveva frequentato solo la seconda elementare, fatto i mestieri più umili, dalla pastora, alla contadina, alla tessitrice, alla torronaia, e non si era mai mossa da Tonara. Eppure l’incontro con lei fu per Clara Gallini come una luce improvvisa che illuminasse cose che già stavano lì vicino e non vedevo.  Una sorta d’innamoramento, come l’antropologa stessa lo definisce, mettendo a fuoco così anche la qualità emotiva dell’incontro e l’importanza di questa qualità nella ricerca. In questo senso l’Intervista ha rappresentato un punto di svolta, sia nella vicenda personale e professionale di Clara Gallini, che nell’antropologia italiana.

 Al centro del lavoro ci sono due donne a confronto, appartenenti a mondi, cultura, istruzione e esperienza molto diversi. Come interagisce la lettura della storia del genere femminile in questo incontro?
La trasmissione “Noi, voi, loro donna”, ideata da Licia Conte, che aveva commissionato l’intervista, era concepita come trasmissione non per le donne ma di donne e come un laboratorio di studio sulle parole del femminismo. La questione di genere (o “questione femminile” come si diceva allora) era la questione fondante.
Tuttavia l’incontro fra Clara e Maria, che rappresenta ai miei occhi il perfetto incontro etnografico al femminile, va oltre la questione femminile. Diventa un confronto alla pari di due concezioni del mondo e di due culture, ma anche uno sguardo comune sul mondo che cambia, una riflessione sul quotidiano, sul significato di ogni singola esistenza in rapporto alla storia, sulla possibilità dell’incontro fra esseri umani….   Inoltre capovolge alcuni degli stereotipi del femminismo di quegli anni, per esempio quello della subalternità del ruolo femminile nelle società tradizionali. Come dimostrano altri studi antropologici (il lavoro di Gabriella Da Re, La casa e i campi, per esempio), la questione dei rapporti tra i generi nella società sarda tradizionale è un po’ più complessa di un rapporto di semplice subalternità della donna rispetto all’uomo. Questa era d’altronde la mia ipotesi quando ho deciso, ancor prima di incontrare l’Intervista a Maria, di mettere in scena un lavoro sulle donne sarde. Pensavo alle donne che avevo conosciuto, e l’etichetta di “donne oppresse, succubi del marito, del padre, del fratello” non mi tornava.  Il livello di coscienza critica e di auto-consapevolezza di Maria ne è la conferma.

 La narrazione, per quanto riguarda il personaggio principale, è in lingua sarda. Perché questa scelta?
Preciso che il testo del lavoro teatrale non è una mia “riscrittura” dell’intervista. Sul testo ho cercato di intervenire il meno possibile, anche per preservare il modo di esprimersi di Maria, poiché il modo in cui le cose sono dette interviene nel significato. Le parole pronunciate in scena sono esattamente le parole di Clara e Maria. Io ho lavorato, a livello drammaturgico, solo con dei tagli al testo originale (cospicui, ovviamente, dovendo ridurre la durata a circa un quinto). Ho comunque seguito la struttura del testo scritto scelta da Clara Gallini, che era quella della “storia di vita”, secondo una sequenza di argomenti che vanno dalla nascita alla morte (passando attraverso lavoro, amicizia, matrimonio, figli, malattie, vecchiaia ecc.).
La lingua che io uso in scena è dunque la lingua di Maria, perlomeno una delle due lingue che lei abitualmente parla, che sono l’italiano e il sardo. In quest’occasione, un’occasione pubblica, nella quale lei sa che deve essere ascoltata e capita da Clara (che non capisce il sardo) e dal pubblico radiofonico italiano, Maria si esprime in italiano. Un italiano, certamente, con l’accento sardo-tonarese e con dei sardismi che rendono la lingua più interessante e pregnante, dal mio punto di vista.
La scelta di mantenere questa lingua è comunque molto importante nella messa in scena, e proprio la forma del linguaggio è stata il punto di partenza per il mio lavoro d’interpretazione di Maria: mettermi in bocca le sue parole e stare a vedere che cosa mi accadeva. Diciamo che è stata anche, da parte mia, un’occasione per riconquistare la mia lingua, il mio accento, e una cultura da cui mi ero separata (e che avevo anche un po’ rifiutata, come accade a molti emigrati) qualche decennio prima.      

 La tua interpretazione si affida a pochi, essenziali e fondamentali elementi di scena. Si potrebbe parlare di "segni" lasciati nello spazio e nel tempo scenico. Perché questa scelta, in termini drammaturgici?
Mi piace molto l’espressione “segni lasciati nello spazio e nel tempo scenico”. Proprio di questo si tratta. Credo dipenda in parte dalla mia esperienza nel teatro di figure, dove gli oggetti hanno un peso e agiscono sulla scena alla stregua di attori, e dove uno stesso oggetto, nella stessa storia, può assumere anime diverse a seconda di come viene usato. È quello che accade con alcuni dei pochi oggetti che uso nell’Intervista, i pezzi di canna, per esempio.
Un altro motivo è la dimensione sacrale dello spazio e del tempo scenico, e dunque anche degli oggetti, e la scelta di povertà che a questa dimensione appartiene. Infine, è giusta anche l’espressione “lasciati”: si tratta di ciò che è rimasto, di ciò che il tempo ha lasciato nello spazio di una vita. Che è la vita di molti, non di uno soltanto, e dunque storia.  

 Che spazio ha attualmente in Italia il teatro contemporaneo? Come si riesce a produrre e distribuire ancora lavori indipendenti con così alto e originale contenuto culturale?
Per quanto mi riguarda, io riesco a produrre i miei lavori perché decido di farlo, e il più delle volte a costo zero. La scelta dei pochi elementi scenici, dei pochi attori, della povertà di mezzi, è una necessità economica oltre che una scelta artistica. Questa necessità diventa alla fine una scelta di libertà, perché se nessuno ti paga, nessuno ti può imporre cosa fare. A volte la produzione arriva dopo, a lavoro iniziato, perché qualcuno lo trova interessante.
Mi sembra che anche per gli altri il problema non sia tanto la produzione, quanto la distribuzione. Guardandomi intorno vedo che i modi per produrre si trovano, il crowfunding a volte funziona, i bandi di concorso non sempre sono degli stratagemmi per non pagare gli artisti, e si può approfittare delle occasioni di finanziamento che di volta in volta si presentano: le residenze, i festival, gli incentivi per i giovani o per i vecchi.
Purtroppo spesso uno spettacolo, anche bello, rimane lì, fa qualche replica e poi si spegne.


mercoledì 16 novembre 2016

Tagesmutter, la mamma-di-giorno: una professione per la donna, di sostegno alla famiglia

In un mondo il cui carico del lavoro familiare grava ancora quasi totalmente sulle donne, ci sono professioni che sembrano fatte apposta per aiutare le donne che hanno poca disponibilità di tempo, e quelle che hanno bisogno o voglia di lavorare dando anche un contributo alla società  fatta di tante altre donne e famiglie in cerca di aiuto per la gestione del proprio tempo e dei propri cari. Tra queste quella della Tagesmutter - o mamma di giorno - figura specializzata (e abilitata da un percorso formativo) ancora poco conosciuta in Italia ma molto diffusa nei Paesi del Nord Europa.


Quello è infatti un servizio che concilia lavoro e famiglia: in pratica la tagesmutter è la professionista che accoglie nella propria abitazione gruppi ristretti di bambini, dando la massima flessibilità di orario ai genitori e un progetto educativo personalizzato. Questo servizio può essere anche una reale opportunità di lavoro per chi ama occuparsi dei bambini. Per diventare tagesmutter occorre effettuare una selezione di ingresso e poi un percorso formativo per il conseguimento dell'attestato che abilita allo svolgimento della mansione.
In Italia non è ancora molto diffuso come servizio ma vista la carenza di servizi educativi che abbiano flessibilità di orario, potrebbe sopperire alle tante richieste che ci sono in tutte le nostre città. Che si facciano dunque avanti anche da noi “Le Mamme di giorno”!

venerdì 11 novembre 2016

Novembre di donne in azione

L’autunno caldo era preannunciato da tempo; e anche la Toscana in novembre, nel mese che celebra la lotta contro la violenza di genere, pullula di iniziative che vedono le donne agire insieme.

Fin da ottobre, infatti, nei territori si svolgono riunioni organizzative per la grande manifestazione #NonUnadimeno prevista a Roma per il 26 Novembre. Realtà come Unite in Rete di Firenze si sono mosse in questo senso; e anche Nuovo maschile, Uomini liberi dalla violenza di Pisa, si sta impegnando su più fronti in dibattiti, formazioni, incontri a Pisa e provincia. One Billion Rising Livorno ha trovato l’adesione di Arci Gay Livorno per partire insieme per la manifestazione nazionale, quest’ultimo impegnato anche nei preparativi della giornata mondiale di commemorazione delle vittime di transfobia (visto che negli ultimi 12 mesi 238 persone trans gender sono state assassinate nel mondo).

OBR Livorno e Associazione DanzArte hanno presentato a Firenze Julka, Narrazione per Corpo e Voce, e lo porteranno il 18 Novembre a Livorno, all’interno di Teatri d’Autunno (rassegna a cura di Centro Artistico Il Grattacielo; con il contributo del compositore Andrea Cattani e del sonatore Aleandro Bacci). Con l’occasione verrà presentato un canto curato da Maria Grazia Campus Dessì (insieme a Miriam Massai e Francesca Sarcoli), direttrice di LeMusiquorum, coro di donne (fondato nel 2011 a Firenze) che propongono i canti di lavoro delle donne, dei migranti, della tradizione anarchica e contadina, delle tradizioni popolari di tutta l’Italia.