martedì 25 aprile 2017

Danzare il Simbolo. Quando il ricordo di sé può liberare

di Simonetta Ottone • Una dimensione maschile e femminile, quella della tossicodipendenza.
Uomini che “amoreggiano” con la loro amante, la sostanza, che sa come sedurre loro, farli abbandonare. O donne che trovano in lei la loro “cattiva madre”, che odiano, ma che soprattutto amano, perdonandola e cercandola sempre.
“Sono più forti le donne. Per un figlio riescono anche a chiudere con la roba. Sono più fortunate di noi”, dicono in questi gruppi a prevalenza maschili con cui ho lavorato per anni.
Da quando ho scritto “Danzare il Simbolo. DanzaMovimentoTerapia nel mondo tossicomane”, è successo che questo lavoro  è stato letto da tante persone e ha accompagnato la formazione di numerosi studenti di DanzaMovimentoTerapia, poiché adottato in varie Scuole italiane, che ringrazio.

Utilizzato anche da chi interessato semplicemente alla Relazione di Cura e di Aiuto, molti di Voi mi hanno fatto domande, inviato interviste, o sono passate dai miei incontri.
So che sono state scritte tesi che hanno utilizzato questo testo, come elemento di studio o  addirittura di partenza, sia in Italia che all’estero.
Me ne rallegro molto.
Mi auguro che metterlo nuovamente a disposizione possa contribuire a diffondere un’informazione corretta riguardo una disciplina così completa, come è la DanzaMovimentoTerapia applicata a un ambito tanto complesso quale è della tossicodipendenza.
Nel frattempo, nuove e sconosciute dipendenze maturano e ci chiedono di continuare a cercare.
Danzare il simbolo è stato presentato più volte, in particolare in Toscana, anche all’interno di Pisa Book Festival 2012.

Di seguito un breve Abstract:
Terminati i primi anni di lavoro come Danzamovimentoterapeuta, ripercorrendo a ritroso l’esperienza sul campo dei miei interventi, ho capito che forse il settore con cui mi son dovuta misurare più duramente, era quello della tossicodipendenza.
Elemento fondamentale del mio percorso, interagire con il mondo tossicomane mi ha costretta a rielaborare immediatamente ogni stimolo proveniente dalla mia formazione ma soprattutto dalla mia vita di danzatrice, tersicorea delle incertezze, tra ricerca di radici e nomadismo, in particolare di paesaggi umani.
Da un’esperienza tanto forte nasce “Danzare il Simbolo”, nasce questo libro scritto quasi da sé, come fosse stato “in pelle” per anni, aggiungendo ogni giorno, ad ogni incontro,  qualche parola prima impensabile.
Quasi un’umile ed anonima cronaca di guerra, un diario di bordo senza bussola, in acque agitate, profonde e scure.
Bruciante desiderio di condividere un percorso di studio e di lavoro in un campo (l’applicazione della Danza in ambito di tossicodipendenze) forse poco dibattuto e testimoniato: pochi riferimenti, nessuna certezza e  un discreto livello di angoscia nell’addentrarsi in un mondo tanto altero.

Si tratta di un libro semplice, snello ma non privo di spessore intrinseco e di rimandi teorici che odorano di Arte e Scienza, in una sintesi creativa dalle inimmaginabili possibilità applicative.
La Prefazione a cura di Paola De Vera D’Aragona, l’Introduzione di Giorgio Corretti, la Premessa di Enrica Ignesti, sottolineano l’importanza di conoscere a fondo questa disciplina, e la popolazione umana cui è indirizzata.
Il linguaggio di questo libro,  è quello di una danzatrice che si abbandona per la prima volta a un  salto inusuale, inesplorato, che la porta dal movimento alla parola. Ne scaturisce una  parola scarna, immediata, in cui si racchiude lo spazio di un’esperienza toccante come persona e come terapeuta. Vi si immagina di parlare al mondo, in queste pagine, a un caleidoscopio di umanità variegata: gente comune, gente che si vuole dare il diritto di sognare e quindi di sperare, gente impegnata nella relazione di cura, di aiuto, nell’autoconoscenza, gente che crede a ipotesi, punti di vista altri. Una terra di nessuno, il mondo tossicomane. Indifferente e inaccessibile, riesce forse a farsi permeare dal ricordo di un’armonia che la Danza porta in sé, che ogni Uomo, da qualche parte, porta in sé.

giovedì 20 aprile 2017

La strada di Ilaria

di Simonetta Ottone • Il 20 Marzo scorso ricorrevano i 23 anni dall’uccisione di Ilaria Alpi.

Il 10 Aprile scorso ricorrevano i 26 anni dalla tragedia del Moby Prince. 
Mi ricordo quattro anni fa, che insieme al Comune di Collesalvetti lavorammo perché fosse intitolata una strada a Ilaria. E l’attesa degli ultimi anni, in cui della documentazione importante è stata desecratata, ma di fatto non è successo niente.

Ho ritrovato ciò che scrissi per proporre al Comune di dedicare un’intera Giornata a Ilaria, in attesa dei venti anni dall’accaduto: 

Mogadiscio, 20 Marzo1994 - Livorno, 20 Marzo 2014
"Il nostro paese ha bisogno di ricordare, è vero, ma anche di comprendere finalmente le ragioni di quanto accaduto. Accertare la verità e individuare i responsabili deve continuare ad essere una priorità (...)". Pietro Grasso 

Vent'anni di verità omesse, silenziose, striscianti, silenti. Vent'anni in cui, nella nostra democrazia "avanzata", si è uccisa due volte questa storia. Una famiglia che muore, in attesa di una risposta; un paese che vede ancora una volta  naufragare il diritto di sapere.
Lasciare segni, tracce, parole. Questo sembra il senso di alcune vite.

Intitolare una strada a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è un gesto giusto, per una città attenta; è un gesto che i cittadini desiderano: un atto simbolico che restituisce quell'idea di dignità collettiva che questa vicenda, come altre in Italia rimaste oscure, si è portata via. Ma, affinché questo gesto non resti isolato, e che non abbia come solo lascito un nome su una lapide, pensiamo che serva un momento di approfondimento e di condivisione che accompagni un compiuto processo simbolico.  Per questo pensiamo che il Teatro sia lo strumento migliore: lo spettacolo “A Voce Alta” darà l'occasione di assistere a un evento performativo composito nella interazione di diversi linguaggi espressivi che si svolgono dal "vivo", attraverso la presenza, la testimonianza, l'interazione col pubblico. Si tratta di uno spettacolo che gira già dal 2003, per teatri, scuole, centri sociali, manifestazioni, sale consiliari, e che non perde la sua "urgenza", fondata sul rapporto diretto con la realtà che ci circonda.
Il testo teatrale, scaturito in parte da ricerche giornalistiche condotte insieme a Luciano Scalettari (Famiglia Cristiana, Consulente Commissione parlamentare d’inchiesta delitto Alpi – Hrovatin, coautore di “Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici”, Baldini & Castoldi), a ogni replica è stato aggiornato e confrontato, seguendo attentamente gli sviluppi della vicenda.  

Eravamo in quel periodo. Un pomeriggio mi squilla il telefono, rispondo un po’ scocciata che lavoravo sodo per preparare quell'appuntamento, premo il tasto e di là c’era la voce grossa e gentile di Luciana Alpi, la madre di Ilaria. Le spiegai il nostro lavoro e lei si ricordò di quando nel 2002, stavamo scrivendo il testo di “A Voce Alta”, Giorgio ci aveva mandato da studiare un sacco di roba, anche video. E poi approvò il copione che risultò dal nostro lavoro, e lo definì con parole scelte e gratitudine “Bravi ragazzi, il testo è preciso e circostanziato. Bravi.” Luciana si ricorda di quei teatranti toscani, seguiti dal giornalista Scalettari.
Poi arriva il momento di salutarci, e sento nel telefono la voce rotta di Luciana “Vi ringrazio che dopo tanto tempo parlate ancora di Ilaria. Giorgio è morto, lo sapeva? Sono sola.” 

Non venne Luciana a Collesalvetti quel giorno, ma mi arrivò una lettera che mi chiesero di fare avere anche al Comune. Lo feci, e questo comunicato fu letto alle scuole la mattina in cui fu inaugurata la strada di Ilaria a Collesalvetti, e la sera, prima del nostro spettacolo e dell’incontro con Luciano Scalettari.

Questa è la lettera, che teniamo come un invito a continuare a parlare di lei, a danzare la sua forza, la sua libertà, e a farlo A Voce Alta.

Al Sindaco del Comune di Collesalvetti (Livorno)
e alla Associazione Compagnia DanzArte

10 aprile 1991: la tragedia del Moby Prince nel porto di Livorno.

20 marzo 1994: l’esecuzione premedita di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin a Mogadiscio in Somalia.

La giornata dell’11 maggio prossimo con l’intitolazione di una via a Ilaria e lo spettacolo teatrale che andrà in scena è molto importante perché aiuta a non dimenticare, a percorrere un pezzo di storia ancora senza verità, senza giustizia.
Lo farete “a voce alta”  e vi sentiremo anche se non saremo lì con voi.
Grazie per questo impegno: vi esprimo vicinanza, affetto solidarietà.
Lo faccio anche a nome di Luciana, mamma di Ilaria Alpi.

Cara Ilaria,
non sappiamo se ti farà piacere questa
cronistoria di quattro anni di avvenimenti,
di lotta e di inchieste per conoscere la verità
di questo orrendo delitto che ha troncato
la tua gioia di vivere.
……….

Ti chiediamo di capirci.
Per noi questa lotta è ragione di vita, nel
tentativo, forse illusorio, di portare a termine
il tuo impegno. Non sarà facile tratteggiare
questo lungo periodo di speranze, illusioni
e grandi amarezze. Sappi, tesoro, che tante
persone ti hanno tradito, hanno cercato
di rendere difficile ogni ricerca della verità.
Un bacio  
Mamma e papà

(da “l’esecuzione - inchiesta sull’uccisionedi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin; di Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer Maurizio Torrealta, Kaos ed. 1998)


Queste parole “scolpite” da Luciana e Giorgio Alpi 15 anni fa ci fanno ancora vibrare: sono cariche di dolore indignazione ma anche di un amore immenso per Ilaria, per la loro unica figlia e per il suo modo di fare giornalismo di cercare sempre la verità e di comunicarla. Vogliono portare avanti il suo impegno convinti già da allora che è proprio per questo  che l’hanno uccisa insieme a Miran: ha fatto e fa ancora paura. Ed è per questo che anche la ricerca della verità sulla sua uccisione è difficile ancora.
Non è più con noi Giorgio: ci ha lasciati domenica 11 luglio 2010. Ma è sempre vicino a Luciana e anche a tutti noi: ci accompagna e ci guida in questa lotta che vogliamo condurre insieme a Luciana fino in fondo.

Come nelle molte tragedie italiane anche qui il corso della giustizia è stato compromesso, gli assassini e chi li copre hanno potuto contare sul fatto che le tracce si possono dissolvere, che alcuni reperti sono scomparsi o non sono più utilizzabili, che molti testimoni hanno mentito non hanno detto tutto ciò che sapevano, altri sono morti in circostanze misteriose, che anche pezzi di Stato hanno lavorato all’accreditamento ufficiale di una falsa versione manipolando fatti reali.

Ma nonostante infiniti tentativi di chiudere questo caso da anni, l'impegno incessante di Giorgio e Luciana Alpi lo hanno tenuto aperto e grazie a loro all’associazione Ilaria Alpi al premio e alle moltissime scuole, istituzioni, migliaia di cittadine e cittadini che sono impegnati il caso è ancora apertissimo. 

Anche per le vittime della tragedia del Moby Prince si sta lavorando ancora perché non tutto quello che si poteva fare è stato fatto.

Siamo ancora qui non ci arrendiamo vogliamo e avremo verità, tutta la verità e giustizia.

Un abbraccio a tutti voi, come noi impegnati per la giustizia, per la verità, per la vita: insieme ce la faremo.

Mariangela Gritta Grainer anche a nome di Luciana Alpi, Presidente associazione Ilaria Alpi, maggio 2013

mercoledì 12 aprile 2017

Ingmard Bartenieff e il suo lungo lavoro nell'ombra

di Simonetta Ottone • Nel mese che celebra la Giornata Mondiale della Danza (29 Aprile, Conseil International de la Danse UNESCO), ci piace ricordare quanto la Danza sia stata, nella storia del Novecento, un modo di riconoscere la centralità della donna nel mondo dell’arte e della cultura. Tuttora, nel mondo della danza in tutte le declinazioni, lavorano e creano tantissime donne. Emblematica, in proposito, è la storia di Ingmard Bartenieff.

Danzatrice, coreografa, fisioterapista, danza terapeuta di nazionalità tedesca, studiò con Rudolf Laban, il cui metodo approfondì ed  estese, fino a crearne uno sviluppo nel sistema denominato Bartenieff Fundamentals.

Il lavoro di Ingmard Bartenieff generò così una nuova visione di possibilità per il movimento umano, e per la Pedagogia stessa del Movimento, trovando e analizzando connessioni originali e aprendo varchi illimitati.
Visse però all’ombra di Rudolf Laban, il Maestro, che dagli studi e dal lavoro dell’allieva trasse infinita longevità. Fondatrice del Laban Institute a New York, cui si dedicò fortemente, solo poco prima di morire Ingmard vide apparire anche il suo nome nella denominazione dell'istituto, che divenne il “Laban/Bartenieff Institute of Movement ofStudies”.

Parlo di tutto questo con Lorella Rapisarda, che ha studiato nell’Istituto newyorkese e che trasmette nel suo lavoro i principi che caratterizzano il sistema Laban/Bartenieff:
Il  Laban/Bartenieff  è la radice su cui baso tutto quello che faccio. Ti dà  voglia di mettersi in gioco e di approfondire concetti importanti.

Sicuramente il nome di Laban è conosciuto molto di più di quello di Bartenieff, nonostante sia lei che, nel proseguirne il lavoro, lo ha arricchito di nuovi approcci e ricerche, e sia stata lei la fondatrice del Laban/Bartenieff Institute of Movement Studies di New York (LIMS).
E' molto più nota negli Stati Uniti dove ha lavorato e sviluppato i Bartenieff Fundamentals attraverso i suoi studi Labaniani, l'esperienza come fisioterapista e danza terapeuta in vari ospedali, teneva anche molte letture e dimostrazioni del lavoro in varie università.
Era una vera pioniera che ha capito l'importanza delle influenze culturali  ed economiche nel nostro modo di muoverci, ha enfatizzato l'importanza delle connessioni interne fisico/emozionali che si riflettono nella nostra espressività e nella nostra abilità di comunicare e agire nel mondo. Ma per quanto fosse esperta nel suo campo, Bartenieff non era incline al marketing, era una persona molto semplice e non aveva relazioni in grado di darle un sostegno importante, tanto che preferì fondare, con  il LIMS, un centro indipendente.
Il Sistema Laban/Bartenieff in Italia viene ovviamente usato come strumento tecnico, per codificare e comprendere meglio lo stato d'animo di una persona e le sue possibilità di esprimersi, ma anche come strumento creativo che ci permette, attraverso i suoi molteplici stimoli, di trovare modi di approccio e di comunicazione con le persone con cui ci troviamo a interagire.
Laban e Bartenieff partivano sempre dalla persona nella sua interezza, nel suo aspetto fisico e mentale, senza mai separare questi due aspetti. Scrive Laban: “Il potere integrativo del movimento è forse il più importante valore per l'individuo”; in una società dove la disgregazione e la frammentazione minacciano la nostra integrità, possiamo sempre tornare al movimento e al suo “potere integrativo”. Bartenieff diceva: “Attivare e motivare!” 
Sta a noi come educatori e facilitatori trovare modi per riportare questa integrazione attraverso l'azione motivata. Dare stimoli e motivare le persone a trovare una maggiore armonia è nostro compito,siamo dei ponti.
Creiamo ponti tra noi e gli altri, tra persone che conoscono il linguaggio del corpo sia dal punto di vista funzionale che espressivo  e la persona che porta con sé la voglia di conoscersi e conoscere modi nuovi di sentire se stesso.
L'applicazione dei nostri studi si realizza in tutto il suo potenziale rigenerativo quando usiamo quello che sappiamo, che abbiamo provato e sperimentato, per aprire nuove strade  di comunicazione, scambio ed espressione tra le persone, una dimensione questa,  ancora non troppo  investigata e quindi sottovalutata nella nostra società italiana."

giovedì 16 marzo 2017

Giornate nazionali APID. Danzamovimentoterapia tra radici e futuro

di Simonetta Ottone • Il 25 e il 26 Marzo si terrà a Livorno la Formazione Permanente Soci e l’Assemblea Annuale APID (Associazione Professionale Italiana DanzaMovimentoTerapia), presso Il Centro Artistico Il Grattacielo.

L’APID raccoglie i professionisti della DanzaMovimentoTerapia (DMT), disciplinati ai sensi della L.4/2013 e fa parte del COLAP (Coordinamento Libere Associazioni Professionali), ente riconosciuto dal Governo per la regolamentazione delle professioni non ordinistiche.
La DanzaMovimentoTerapia è una disciplina che da anni viene utilizzata in molti contesti, anche istituzionali, come intervento innovativo in sede di riabilitazione, educazione e prevenzione.
La scelta di APID di riunire i suoi professionisti a Livorno, ricade sulla riflessione della realtà in cui attualmente si trovano a vivere le periferie, i territori decentrati rispetto ai grandi agglomerati urbani. Nel Settembre 2016 infatti, Livorno è stata riconosciuta da Governo e Regione come “Area di Crisi complessa”: Apid ha ritenuto in questo modo di dare un segnale di presenza e disponibilità, laddove c’è più bisogno, proiettando i prossimi futuri sforzi sul centro – sud del paese.

In programma per il 25 Marzo una Giornata di Formazione con Docenti APID che hanno fatto la storia della DMT in Toscana e in Italia (Paola de Vera D’Aragona, Piera Pieraccini), e Docenti esterni (Lorella Rapisarda, Gloria Desideri), che cureranno una Formazione Permanente APID 2017, tutta volta allo studio, pratica e approfondimento di tecniche corporee e di Movimento importanti peri una corretta applicazione della  DMT stessa (Laban/Bartenieff Analisi, Body Mind Centering).
La Giornata approderà a “Città d’acqua. DanzaMovimentoTerapia tra Radici e Futuro”, momento conclusivo tra Danza, Parola e Musica, a cura dei Soci Toscani APID, cui parteciperanno Gruppo di DMT Le Mujeres (UFSMA Pontedera) e allievi attori della Scuola di Recitazione L. Ferretti.
Interverranno Mila Sanna (Presidente APID), Il Consiglio Direttivo APID (S. Cianca, Ciraso. S. Diamare, E. Fossati, S. Ottone, I. Rosa), I. Dhimgjini (Assessorato al Sociale Comune di Livorno), Marco Leone (Direzione Teatro Goldoni), Eleonora Zacchi (Direttrice Centro Il Grattacielo).
Le Giornate, patrocinate  dal Comune di Livorno, vedranno al centro il lavoro e il confronto professionale mosso largamente da donne: come in altri settori di professioni inerenti la Qualità di vita, la Cultura, il Sociale, i servizi alla Persona, anche nella DanzaMovimentoTerapia la maggior parte dei professionisti sono donne.
Il COLAP stesso, occupandosi di partite iva e professioni non ordinistiche nel lungo e travagliato percorso legislativo del lavoro autonomo, raccoglie e rappresenta il lavoro di tantissime donne, oltre che giovani.
APID e COLAP, enti a guida femminile a cominciare dalle rispettive classi dirigenti e operative,  sono in linea con le tendenze rilevate recentemente da ManagerItalia: crescono le imprese femminili in Italia e cresce il desiderio di imprenditorialità delle donne.


Le ultime ricerche vedono un trend in risalita e una potenzialità enorme, con un numero sempre maggiore di donne che aspira a un futuro da imprenditrice.
Negli ultimi 5 anni, infatti, le donne dirigenti nel settore privato sono cresciute del 20% (in particolare, sanità e assistenza sociale sono il 44%, istruzione sono il 39%), gli uomini sono calati del 6%.
Ciò che si evidenzia dunque, è una naturale sostituzione delle vecchie con le nuove generazioni.
Nonostante tutto, le donne che intraprendono un’attività imprenditoriale nel settore privato sono più numerose di prima, ma resta il fatto che (Fonte: HuffPost 12/3/2017) le donne sono ancora solo il 16% dei dirigenti privati.

giovedì 2 marzo 2017

Donna e Poesia. Intervista a Dale Zaccaria

di Simonetta Ottone • Dale è una ragazza minuta, con i lineamenti delicati e il sorriso aperto.

Ci conosciamo a Roma, è facile parlare con lei, i suoi modi sono amichevoli e informali e il suo accento romano è l’accento che ci vuole per parlare con tutto l’amore per certi temi e certi Maestri, così presenti in lei.
Dale scrive con la stessa capacità di rivelarsi di quando ti parla. La sua scrittura è diretta, viscerale, senza difese. E bella.
Ci passa la vita dentro, ciò che scrive sa di materia viva. Forse è per quello che lei ama dire “La Poesia si vive, e poi si scrive”. 
E’ una donna che spesso ama parlare di donne, nel modo in cui le donne sentono, così esposto. Niente a che fare con certi scrittori uomini di oggi, che soppesano, limano, cambiano ogni intenzione, da rendere le loro parole spesso sterili, e al servizio di altro. 
Io e Dale camminiamo per Roma, siamo a Dicembre. Roma sta male, lo si vede ovunque e Dale non nasconde il suo sconforto. Ci fermiamo a un bar, un po’ qualunque, ci sediamo e finalmente posso iniziare con le mie domande.
1 - Dale, chi sono le persone che ti hanno appassionato e accompagnato nella Poesia?
Nella poesia due donne Alda Merini e Silvia Plath. Ma a loro seguono poeti come Paul Celan, Dino Campana, Pedro Salinas e molti altri. Con il tempo però ho smesso di leggere la poesia, ma per il semplice fatto che poi i poeti restavano imbrigliati alla mia scrittura, mi influenzavano troppo. E ho lavorato al contrario a maturare una mia poetica, un mio linguaggio, un mio stile. Anche se penso che esistano in me più linguaggi, più poetiche e più stili. Poi ho sempre i capisaldi nella mia vita e nella mia arte che sono i Maestri, per me Pasolini e Franca Rame. Quest’ultima in maniera particolare. 

3 – Cosa è per te la Poesia? Di cosa avrebbe bisogno per trovare spazio nella nostra cultura?
La poesia è tante cose. Per me è principalmente sentimento. Ma la poesia è anche un dono, un talento, una sensibilità maggiore di leggere il mondo. Di vederlo con un nuovo sguardo quello che ti dà la poesia. Credo che il problema di fondo sia che oggi scrivano tutti e di tutto. Gli spazi vanno dal social a incontri di reading. Quello che manca perché la vera poesia trovi il suo giusto spazio è il merito, cosa completamente assente nel nostro paese, e persone con un’ etica e una preparazione di alto livello letterario e culturale. Viviamo un tempo a mio parere molto brutto dove mancano etica, morale, e cultura. C’è un livello molto basso culturalmente, ma anche umanamente e socialmente. La vera poesia non può muoversi a questi livelli. Credo che lo spazio della poesia possa nascere parafrasando una frase di Franca Rame “ fuggite dai raccomandati, applaudite e appoggiate i giovani preparati, ricchi di talento.” Scegliendo il talento e la preparazione forse la vera poesia potrebbe trovare lo spazio che merita.  

4 – Nella diffusione della Poesia, che ruolo hanno le politiche delle case editrici?
Agli editori interessa veramente nulla della poesia. Pubblicano chiunque purché paghi. L’editore è un’ azienda come dice Alda Merini e non si  può fare poesia con un’ azienda aggiunge sempre lei. C’è un panorama desolante a livello editoriale. Editori seri almeno per me tre o quattro ma che pubblicano principalmente narrativa e saggistica. La stessa Einaudi è oramai Mondadori non è più l’Einaudi di Italo Calvino o Cesare Pavese. Visto il quadro che abbiamo personalmente ho scelto l’autoproduzione. Non credo che l’editore attualmente possa avere un ruolo di diffusione nella poesia, semplicemente perché non ci crede, non gli interessa come ripeto pubblicano chiunque a pagamento e chiudo questo pensiero citando Umberto Eco che dice” Per antica e fondata esperienza non credo alle case editrici che sollecitano manoscritti. Di solito cercano autori a pagamento, sono disposte a pubblicare qualsiasi cosa e se non rispondono è perché ne hanno già troppa.”

5 - Se apriamo un'antologia di liceo, all'indice troviamo pochissimi nomi di donne. Dunque, le donne non scrivono?
Le donne scrivono, hanno sempre scritto sin dai tempi più antichi. Qui il problema è la cultura patriarcale che anche in campo letterario, culturale, ha cancellato le donne o quanto meno non concede loro spazi. Il patriarcato è un sistema secolare, millenario, non si cambia così con un colpo di spugna, anche perché ancora oggi vediamo molte donne che pur di trovare spazio o voce sono legate a doppio filo a uomini di potere e al modello patriarcale. Questo vale  nella letteratura, nella poesia, ma anche nel giornalismo, in altre arti o settori. Vedo questo momento storico in generale molto confuso, anche se il femminismo grazie ai movimenti sud-americani, in maniera particolare quello argentino sta rispondendo fortemente alla cultura fallocentrica e maschilista in cui viviamo, ma credo questo non basti. Il lavoro da fare è molto lungo. E’ un lavoro culturale, sociale, e certi retaggi, certe valori atavici, richiedono tempo per essere cambiati.  

6 – Cosa è il Progetto FemministArte?
Più che un progetto è un idea. L’idea di unire donne e artiste. Di trattare temi femminili e di restituirli al pubblico attraverso l’intervento e la collaborazione delle artiste. FeministArte è anche dare valore, spazio, alle donne, alla creatività femminile. Cosa che nell’arte le donne hanno travato sempre meno rispetto agli uomini. Relegate a muse o amanti, o dietro al genio del momento. Invece esistono tante artiste degne e valide e in qualche modo feministArte vuole rivendicare anche questo ruolo creativo della donna. Creativo per natura in quanto la donna partorisce, crea altra vita. Ma questa vita è presente sotto molte altre forme, tra cui quella artistica.

Il tempo con Dale finisce presto, è l’ora di provare la sua performance. Così bella, essenziale e innamorata. www.dalezaccaria.com

giovedì 2 febbraio 2017

Femminicidio, ci stiamo assuefacendo

di Simonetta Ottone • dal 1997 all'inizio del 2017, in Italia, 1250 donne uccise, quasi sempre per mano di uomini di famiglia (30%). 


Mariti, fidanzati o ex preferiscono uccidere, nei modi più efferati, le loro donne, pur di non essere lasciati. Si preferisce sfregiare, perseguitare, violare i propri figli stessi, pur di non essere lasciati. 
Anche il 2017 è già iniziato con il consueto e inaccettabile bollettino nero; che sembra colpire ancora di più le donne che nel paese sono più occupate e con opportunità socio - economiche migliori: il 53% dei femminicidi nel 2016 è avvenuto al Nord. Sono forse le donne che credono di “poter dire no”, ma che si ritrovano isolate, recluse in una cappa di silenzio e omertà intorno a sé, abbandonate e giudicate, da una società che, di fatto, non riesce a emarginare gli aguzzini e a sostenere le vittime in modo efficace.

Abbiamo perso? Viene da chiederselo, perché la spirale di violenza contro le donne è ogni giorno più strutturata, schizofrenica, patologica, giovane: è cresciuto il cyber bullismo, di cui sono vittime soprattutto le adolescenti; è germogliato il revenge porn, la diffusione, nei social network o nelle reti di amici in messaggerie, foto intime, video pornografici postati o inviati per motivi di ricatto, vendetta, denigrazione.
Odio libero e gratutito.
Le vittime sono quasi esclusivamente ragazze, che vengono poi giudicate pubblicamente, emarginate. Alcune si uccidono, poiché la vergogna è uno dei sentimenti più difficili da gestire, soprattutto per un adolescente. Il gruppo di pari decide in qualche modo l’eliminazione, l’esecuzione, di una loro componente. Tutti contro una.

A fronte di tutto questo i dati che emergono dalle rilevazioni SWG raccontano un calo dell’allarme sociale generato dai femminicidi.
Nel 2013 il fenomeno era avvertito come un’emergenza dal 77% degli italiani, a fine del 2015 all’82%. Oggi, siamo scesi al 72%.
Il raffeddamento coinvolge, in particolare, gli uomini (percezione dell’emergenza scesa dal 75% al 65%), i giovani (livello d’allarme fermo al 59%) e i residenti del Nord (che ha più alta incidenza di femminicidi).
Resiste tuttavia la ingiustificabilità della violenza sulle donne (85%), anche se i giovani tra i18 e i  24 anni sono maggiormente giustificazionisti e una quota minoritaria di uomini (7%), rintraccia nella paura di essere lasciato un motivo accettabile di discolpa.
La riflessione sulle cause di femminicidi è composita: per il 61% dell’universo maschile è il degrado sociale e personale, per l’universo femminile questa causa incide meno (44%), mentre appare più impattante la difficoltà degli uomini ad accettare la crescente emancipazione femminile (41% per le donne, 34% per gli uomini).
Ci stiamo abituando. Perché non si è voluto investire su una lotta culturale alla violenza e alla stereo -tipizzazione del ruolo delle donne, e anche degli uomini.
Perché i media continuano a indurre l’oggettizzazione e la mercificazione del corpo femminile, ma anche della dignità intellettiva femminile, proponendo nelle fiction, serie TV, trasmissioni d’intrattenimento, reality, spots, personaggi e storie al femminle raramente evoluti: l’intelligenza dei personaggi femminile non è richiesta, nemmeno la loro forza (a meno che non sia da santificarsi al servizio degli altri) e soprattutto la loro autonomia.
Ci stiamo abituando perché non abbiamo un ministero per le Pari Opportunità e la Ministra con la delega alle PO (fino al 4 Dicembre), non ha mai parlato alle donne, neanche quando era tenuta a farlo o esortata a farlo, dalla cronaca stessa.
E ora, quella per le Pari Opportunità, continua a essere una funzione fantasma, che non tiene il polso di una situazione nazionale così devastante, per le donne certo, ma anche per gli altri. Secondo un sondaggio di pochi giorni fa, alla domanda "per affrontare il problema della violenza contro le donne, secondo Lei, quali provvedimenti andrebbero presi in via prioritaria?" sono state date queste risposte:
-    Stabilire pene più severe per i violenti e insegnare ai giovani il rispetto reciproco (55%);
-    rafforzare le leggi già esistenti (29%);
-    creare centri antiviolenza, telefono rosa, case protette (21%);
-    aumentare il controllo e la protezione da parte della polizia (20%);
-    creare un numero verde per le donne che cercano aiuto e consigli (19%). 
Tutti lo sappiamo. Il femminicidio non si sconfigge solo inasprendo le pene (e applicandole!), ma si colpisce agendo su tutti i livelli della relazione donna – uomo; mettendo al centro della politica, della valorizzazione sociale e professionale, delle forme di educazione e istruzione, i diritti delle donne. Diritti che sono, per dirla con le parole dell’ex segretario generale ONU, Kofi Annan: una responsabilità di tutto il genere umano. Lottare contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne è un obbligo dell’umanità.

venerdì 27 gennaio 2017

Rise in solidarity! torna One billion rising

di Simonetta Ottone • Women's rights are human rights!


Come un grande organismo collettivo le donne si stanno  mobilitando in tutto il mondo. Dopo la recente  Women's March on Washington, in cui migliaia di donne hanno sfilato non solo per le strade di Washington, ma anche in oltre 100 città degli Stati Uniti e in altri paesi del mondo; dopo le mobilitazioni in Irlanda e di Varsavia, quella in Argentina e America Latina e quella di Roma durante l’autunno, la marcia delle donne continua inarrestabile. Fra pochissimo il flash mob mondiale contro la violenza di One Billion Rising; e intanto si prepara anche il grande sciopero delle donne, nella giornata dell’8 Marzo.


Nel mese di Febbraio, per la precisione il 14 (e non a caso nel giorno di San Valentino), nuovamente un miliardo di donne e uomini sono chiamati a danzare nelle strade di tutto il mondo per One Billion Rising 2017, la campagna del Movimento Internazionale V- Day. Ancora una volta un miliardo di voci si alzeranno per dire basta alla violenza su donne e bambine. La richiesta più stringente quest’anno sarà quella di manifestare la solidarietà che parte dalla fondamentale difesa dei diritti delle donne per abbracciare la tutela della dignità di ogni individuo perché "non può esserci pace senza giustizia ed uguaglianza".


Anche in Italia si stanno preparando migliaia di iniziative sparse su tutto il territorio nazionale. La Toscana vedrà la partecipazione di molte città e cittadine, in particolare sulla costa tirrenica e nell’immediato entroterra.
Tra i luoghi che faranno da teatro alle iniziative, Cascina, Pontedera, Livorno, ove è previsto un Cerchio di Donne e Uomini nell’atto del prendersi cura: un modo semplice per stimolare una cultura del confronto e dell’ascolto tra i generi.